Utopia

Un'utopìa è un assetto politico, sociale o religioso che non trova riscontro nella realtà, ma viene proposto come ideale e come modello.[1] Il termine indica di solito una comunità o una società immaginata, dotata di qualità desiderabili per chi la descrive o la propone.[2] Fu coniato da Tommaso Moro per il libro Utopia, pubblicato nel 1516 incentrato su una società immaginaria nel Nuovo Mondo.[3]
Le utopie possono riguardare proprietà, lavoro, governo, famiglia, vita religiosa, rapporti sociali, economia, giustizia e distribuzione del potere, soprattutto quando descrivono società immaginarie o esperimenti comunitari.[4] Non hanno un contenuto politico fisso: cambiano secondo epoche, autori, comunità e scopi, assumendo forme egualitarie, gerarchiche, religiose, socialiste, liberali, anarchiche, ecologiche o femministe.[4] Negli studi sull'utopismo il concetto comprende perciò la letteratura, le comunità intenzionali e le teorie sociali che immaginano o descrivono modi diversi di organizzare la vita collettiva.[5]
L'opposto dell'utopia è la distopia, cioè la rappresentazione di uno stato futuro fortemente negativo, costruita in contrasto con l'utopia e spesso usata per criticare tendenze già presenti nella società.[6] La narrativa utopica e distopica costituisce un filone della letteratura moderna e contemporanea, nel quale società immaginarie fanno emergere conflitti sociali, politici e morali.[7] La distopia conserva il rapporto con l'utopia perché usa la stessa forma della società alternativa, rovesciandone però il valore positivo.[8]
Nell'uso comune "utopia" può indicare qualcosa di immaginario o irrealizzabile, ma nella storia del pensiero ha avuto anche una funzione critica, orientando forme di rinnovamento sociale.[1] L'utopismo non è rimasto confinato alla finzione letteraria: ha riguardato anche modelli urbani e architettonici, comunità intenzionali, proposte di riforma sociale come il reddito di base, pratiche locali come cooperative e spazi comuni, immaginari legati alla rete digitale.[9][10][11][12][13] In senso figurato, la parola può riferirsi anche a un progetto, una speranza o un ideale che non può avere attuazione.[14] Il termine oscilla quindi fra il modello capace di orientare l'azione e la meta considerata astratta o irrealizzabile.[1]
Etimologia e storia del termine
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La parola utopia fu coniata da Tommaso Moro nel 1516 per il suo testo latino Utopia, a partire dal greco antico οὐ (ou, "non") e τόπος (tópos, "luogo"), con il significato letterale di "luogo che non esiste".[14] Il termine contiene però fin dall'origine un'ambiguità voluta, perché rimanda insieme al "non luogo" e al "luogo buono", costruendo un gioco fra οὐ-τόπος ed εὖ-τόπος.[15] Il rapporto fra utopia ed eutopia fa convivere nella stessa parola l'idea di "nessun luogo" e quella di "buon luogo".[15] Dopo Moro, il termine divenne un nome comune per indicare testi nei quali un narratore descrive un paese immaginario retto da istituzioni diverse da quelle delle società esistenti.[16]
Il significato si allargò progressivamente: da società inesistente descritta con notevole dettaglio passò a indicare un progetto desiderabile, un modello alternativo o un'aspirazione ritenuta impraticabile.[2] Nell'uso corrente, ormai lontano dal solo significato letterario, "utopia" può indicare un ideale, una speranza o un progetto giudicato irrealizzabile.[14] La storia del termine resta quindi segnata da questa doppia possibilità: modello critico da opporre al presente, oppure illusione impossibile.[1]
Per molto tempo si è ritenuto che "dystopia" fosse stato coniato da John Stuart Mill in un discorso parlamentare del 1868, ma ricerche più recenti hanno documentato la forma "dustopia" nel 1747 e la forma "dystopia" nel 1748, definita allora come "unhappy country" ("paese infelice").[17] Il discorso di Mill rimane comunque un passaggio importante nella storia moderna del termine, perché usa "dys-topians" e "caco-topians" per indicare non ciò che è troppo buono per essere praticabile, ma ciò che è troppo cattivo per essere praticabile.[17] La parola "dystopia" entrò nella circolazione generale in inglese solo dagli anni cinquanta del Novecento, in un contesto segnato dalla guerra fredda, dal timore del conflitto nucleare e dalla diffusione di Nineteen Eighty-Four di George Orwell.[17]
Definizione e teoria
[modifica | modifica wikitesto]Utopia, eutopia, distopia, antiutopia
[modifica | modifica wikitesto]L'utopia può indicare un ideale politico o sociale legato a convinzioni etiche o religiose, capace di proporre fini collettivi, immaginare istituzioni diverse e criticare quelle esistenti per contrasto o ironia.[3] La società utopica non è necessariamente un progetto da realizzare subito: può anche servire a giudicare il presente, a indicarne i limiti o a orientarne diversamente i fini.[3] Negli studi letterari, l'utopia è stata definita come costruzione verbale di una comunità quasi umana, nella quale istituzioni sociopolitiche, norme e rapporti individuali sono organizzati secondo un principio più perfetto rispetto alla comunità dell'autore, producendo uno straniamento fondato su un'ipotesi storica alternativa.[18]
Una classificazione frequente distingue l'utopia in senso generale, cioè una società inesistente descritta con un certo dettaglio e collocata in uno spazio o in un tempo riconoscibile, dall'eutopia e dalla distopia.[2] L'eutopia, o utopia positiva, presenta una società inesistente che appare migliore di quella del lettore contemporaneo, mentre la distopia, o utopia negativa, presenta una società inesistente che appare peggiore.[2] La satira utopica adopera una società immaginaria per criticare la società contemporanea dell'autore; l'antiutopia usa invece la forma utopica per attaccare l'utopismo in generale o una specifica utopia positiva.[2] L'utopia critica presenta una società migliore di quella contemporanea, lasciando però aperti problemi, conflitti e limiti interni.[2] "Distopia" e "antiutopia" sono talvolta usati come sinonimi, ma possono essere distinti: la prima raffigura un mondo peggiore, la seconda critica l'utopismo come tale.[2]
La perfezione non è un criterio sicuro per definire l'utopia, perché poche utopie positive descrivono società davvero perfette e perché l'idea di perfezione è stata spesso usata dagli antiutopisti per sostenere che ogni progetto utopico conduca alla coercizione.[19] Una definizione sociologica più ampia interpreta l'utopia come espressione del desiderio di un modo migliore di essere o di vivere.[20] In questa accezione, l'utopia comprende testi letterari, pratiche sociali, immagini collettive e progetti che propongono altri modi di distribuire potere, lavoro, ricchezza, autorità e responsabilità.[20]
L'utopia critica, elaborata per descrivere soprattutto alcune opere della seconda metà del Novecento, conserva il desiderio di un'alternativa ma rifiuta l'idea di una società perfetta e conclusa.[21] I testi di questo tipo sono consapevoli dei limiti della tradizione utopica, senza rinunciare all'immaginazione del cambiamento.[21] Il conflitto fra il mondo di partenza e la società alternativa diventa parte centrale della narrazione, mentre la stessa società utopica continua a contenere differenze, imperfezioni e tensioni irrisolte.[21] Nella critica contemporanea, l'utopia critica è stata collegata in particolare alla fantascienza degli anni settanta, nella quale il racconto di società migliori non elimina conflitti, limiti e contraddizioni interne.[22]
Teorie dell'utopismo
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Nel Novecento l'utopismo è stato studiato come fenomeno più ampio della sola letteratura utopica, comprendendo modi diversi di immaginare la vita collettiva.[5] Sargent descrive l'utopismo come immaginazione sociale, cioè come insieme di sogni e incubi sui modi in cui gruppi di persone organizzano la propria esistenza e figurano società diverse da quella in cui vivono.[23] Le sue forme principali sono la letteratura utopica, le comunità intenzionali e la teoria sociale utopica.[5] Rientrano così nello studio dell'utopismo sia i testi che descrivono società immaginarie, sia le comunità fondate per vivere secondo regole alternative.[5]
L'opera principale di Ernst Bloch, Il principio speranza, fu composta tra il 1938 e il 1947 e pubblicata tra il 1954 e il 1959.[24] Per Bloch, l'esperienza umana è segnata da mancanza e desiderio, da cui nasce un impulso utopico rivolto a modi diversi di essere.[20] Il concetto del "non ancora" (Noch-Nicht) indica ciò che non è ancora realizzato, ma può essere anticipato in desideri, immagini, speranze e progetti.[20] Tale impulso non riguarda soltanto testi politici o letterari esplicitamente utopici, ma attraversa miti, fiabe, teatro, abiti, alchimia, architettura, musica, religione e descrizioni di società immaginarie.[20]
In Ideologia e utopia, Karl Mannheim lega la mentalità utopica alle posizioni sociali subordinate e alla possibilità di trasformare la società.[25] Le costruzioni mentali che trascendono la realtà sono ideologiche quando velano o stabilizzano l'ordine esistente, mentre diventano utopiche quando, traducendosi in azione collettiva, tendono a spezzarlo.[25] La mentalità utopica viene così posta alla base dei grandi cambiamenti sociali, senza essere trattata come pura fantasia separata dalla storia.[26] Fra le sue forme storiche moderne rientrano il chiliasmo anabattista, il liberalismo umanitario, il conservatorismo e il socialismo-comunismo.[25]
Una lettura sociologica dell'utopia può esaminarne forma, contenuto e funzione, distinguendo il modo in cui l'alternativa viene rappresentata, ciò che essa propone e il lavoro critico che svolge nella società.[20] Le definizioni troppo strette rischiano di escludere pratiche sociali e forme culturali nelle quali il desiderio di una vita diversa opera anche senza assumere la forma del racconto utopico classico.[20] In questa prospettiva, l'utopia serve a chiedere quali istituzioni, rapporti sociali e forme di vita siano impliciti nelle idee politiche e nei progetti di riforma.[20] La riflessione di Fredric Jameson ha collegato in modo particolare utopia e fantascienza, considerando il desiderio utopico come una forma di pensiero capace di misurare i limiti storici dell'immaginazione politica.[27]
Critica dell'utopia
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Una linea centrale della critica novecentesca all'utopismo collega utopia, forza, violenza e totalitarismo.[28] Questo argomento parte dall'idea che l'utopia sia un progetto compiuto di società perfetta: poiché una società perfetta non esiste e richiederebbe esseri umani perfetti, il tentativo di realizzarla produrrebbe conflitto e imporrebbe l'uso della forza.[28] Il nome più importante di questa critica è Karl Popper, che sviluppò la sua posizione in La società aperta e i suoi nemici, pubblicato nel 1945 dopo la crisi europea degli anni trenta e la seconda guerra mondiale.[28] Per Popper, il progetto di costruire uno Stato ideale secondo un piano complessivo richiede un governo centralizzato e forte, destinato con ogni probabilità a trasformarsi in dittatura.[28]
L'approccio utopico viene criticato anche perché pretende di stabilire una volta per tutte l'ideale e i mezzi migliori per realizzarlo.[29] La distinzione fra ingegneria sociale frammentaria e ingegneria sociale utopica oppone interventi limitati, correggibili e controllabili a un progetto totale di ricostruzione della società.[29] Quando i pianificatori entrano in disaccordo, non esistendo un metodo razionale per decidere in modo definitivo quale ideale debba prevalere, il rischio è che il potere sostituisca la discussione.[29] L'identificazione semplice fra utopia e totalitarismo resta però problematica, perché una parte dell'argomento antiutopico dipende da una definizione troppo rigida di utopia e da una conoscenza parziale della tradizione utopica.[30]
La critica antiutopica insiste inoltre sul conflitto fra valori diversi: ogni modello di società alternativa può privilegiare alcuni desideri collettivi e sacrificarne altri.[30] Sul versante opposto, l'utopia può rendere visibili alternative desiderabili o indesiderabili, sostenendo la libertà di scelta proprio perché mostra che il presente non è l'unico ordine possibile.[31] L'utopia riflette la società contemporanea e ne mette in luce difetti, limiti e contraddizioni attraverso l'immagine di un'alternativa.[32] L'utopismo appare così necessario e pericoloso nello stesso tempo, perché aiuta a immaginare il cambiamento ma può irrigidirsi in un modello imposto contro la pluralità dei desideri sociali.[33]
Storia dell'utopismo
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Antichità
[modifica | modifica wikitesto]Grecia e Roma
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Nell'antichità occidentale l'immaginario utopico precede il testo di Moro attraverso rappresentazioni poetiche e filosofiche di luoghi o ordinamenti ideali, fra cui la terra dei Feaci, le isole dei Beati, l'età dell'oro e la Repubblica di Platone.[3] Una distinzione utile separa le utopie di gratificazione sensoriale, o "utopie del corpo", dalle utopie costruite come progetto umano.[34] Le prime immaginano semplicità, abbondanza senza lavoro, sicurezza, assenza di inimicizia fra esseri umani e animali, immortalità o morte facile, mentre le seconde pongono l'ordine ideale sotto il controllo razionale della comunità.[34]
Alla prima tradizione appartiene la Scheria, isola dei Feaci nell'Odissea, rappresentata come spazio di ospitalità, prosperità e pace.[35] La terra dei Feaci presenta mura, porti e navi capaci di muoversi senza timonieri, concentrando molti elementi che la critica collega all'immaginario insulare e proto-utopico del poema omerico.[35] Alla stessa linea appartiene l'età dell'oro di Esiodo, citata fra gli esempi classici di utopia del corpo insieme all'Eden, ad alcune versioni del millennio e a vari miti greci e romani.[36] Nella stessa famiglia rientrano anche le isole dei Beati, rappresentazioni poetiche di tipo utopistico anteriori alla Repubblica platonica.[3]
La Repubblica di Platone è il principale esempio antico di utopia filosofico-politica, perché presenta un ordinamento ideale fondato su una progettazione razionale della città.[3] Nel modello platonico la società è organizzata attraverso tre gruppi, governanti, ausiliari e produttori, riservando ai primi due la rinuncia alla proprietà privata non essenziale, alla casa privata e alla famiglia privata.[37] Il mito dei metalli distingue i cittadini secondo oro, argento e bronzo, mentre il governo è affidato ai filosofi-re formati attraverso un lungo percorso educativo.[37] Questo modello è stato indicato come uno degli antecedenti più importanti delle utopie rinascimentali, da Moro a Campanella.[3]
Nel mondo romano, la Quarta Ecloga di Virgilio rappresenta un passaggio importante perché proietta l'immaginario dell'età dell'oro nel futuro, non soltanto in un passato mitico o in un aldilà felice.[36] La tradizione classica consegna così all'utopismo successivo due linee distinte: da un lato il sogno di abbondanza ricevuta come dono della natura o degli dei, dall'altro la costruzione razionale di un ordine politico migliore.[34] Queste due linee restarono entrambe presenti nella tradizione successiva: da un lato il ricordo di una pienezza perduta, dall'altro il progetto razionale di una società migliore.[34]
Tradizioni extraeuropee
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Gli studi comparativi sull'utopia hanno esaminato anche tradizioni non occidentali, distinguendo il termine europeo nato con Moro dalle forme di immaginazione sociale e di società ideale presenti in altri contesti culturali.[38] Questa apertura non cancella la specificità storica della parola "utopia", ma permette di confrontare testi e modelli di società ideale sviluppati in tradizioni diverse, come la letteratura cinese, il pensiero confuciano, la tradizione buddhista e la filosofia politica islamica.[38][39]
La sorgente dei fiori di pesco
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Il racconto noto come La sorgente dei fiori di pesco (桃花源記; Táohuā Yuán Jì), composto da Tao Yuanming, è il prototipo del genere utopico cinese, occupando nella tradizione cinese un posto paragonabile a quello dell'Utopia di Moro nella tradizione europea.[38] Il testo è generalmente considerato la più famosa utopia letteraria cinese e, a differenza di precedenti modelli filosofici o mitici, è costruito entro una cornice narrativa chiaramente finzionale.[40] La narrazione racconta di un pescatore di Wuling che, seguendo il corso di un fiume, attraversa un boschetto di peschi in fiore e raggiunge una sorgente dalla quale una stretta grotta conduce a un'area rurale prospera, con campi, stagni, gelsi, salici, edifici ordinati e abitanti felici e tranquilli.[41]
Gli abitanti spiegano che i loro antenati erano fuggiti dal governo crudele della dinastia Qin, vivendo in quel luogo per quasi sei secoli senza comunicare con il mondo esterno.[41] La comunità appare separata dalla storia delle dinastie successive e dominata da un senso di tempo sospeso, come se non conoscesse decadenza né bisogno di miglioramento.[42] Quando il pescatore tenta di rivelarne l'esistenza e un funzionario organizza una spedizione per ritrovarlo, la via d'accesso non può più essere rintracciata.[41] Il successo del racconto dipende dalla sua autorità letteraria e dalla combinazione di elementi confuciani e taoisti, mentre la comunità nascosta diventa il modello classico dell'utopia rurale cinese.[42]
Datong
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Datong (大同; dàtóng, "grande unità") è un concetto della filosofia cinese sviluppato nei classici confuciani più di due millenni fa e introdotto nella sezione "Liyun" del Liji, o Libro dei riti.[43] Il concetto esprime l'idea di bene comune nella filosofia sociale e politica cinese tradizionale, immaginando un ordine in cui il mondo sia orientato al vantaggio collettivo.[43] Nella formulazione classica, il mondo viene concepito come bene comune e la comunità è affidata a uomini virtuosi scelti in funzione del bene collettivo.[44] In età moderna Kang Youwei rielaborò il concetto nel Datong shu, o Libro della grande comunità, dandone un'interpretazione originale e radicale.[43] La prima concezione del Datong shu risale al 1884, il testo finale al 1902 e la pubblicazione postuma al 1935.[45] Nella rilettura moderna di Kang, l'ideale di datong si legò a progresso, uguaglianza e autonomia individuale.[44]
Ketumati
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Nella tradizione buddhista legata a Metteyya, o Maitreya, Ketumati è la città futura nella quale apparirà il prossimo Buddha.[46] L'Anāgatavaṃsa desanā ("Cronaca del futuro") descrive la futura epoca di Metteyya attraverso immagini di prosperità, sicurezza, longevità e abbondanza materiale.[46] La città rientra in una tradizione religiosa nella quale il futuro perfetto non nasce da un progetto politico umano, ma dall'avvento di un'età salvifica.[46] La tradizione attribuisce a questo futuro un carattere di pace universale, soddisfazione dei bisogni materiali e riduzione radicale della sofferenza.[46]
La città virtuosa di al-Farabi
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Nel pensiero islamico medievale, un esempio di città ideale è la Città virtuosa di al-Farabi, esposta nei Principi delle opinioni degli abitanti della città virtuosa.[39] L'opera presenta un modello di ordinamento politico orientato alla perfezione e alla felicità umana, ponendosi in rapporto con la tradizione platonica ma anche con il contesto religioso e politico dell'Islam medievale.[39] Al-Farabi riprende elementi della filosofia politica greca, fra cui l'idea del sovrano-filosofo, ma la sua città virtuosa non coincide semplicemente con la Repubblica di Platone.[39] La differenza riguarda il ruolo della religione, il rapporto fra autorità spirituale e autorità politica, e il fine ultimo della comunità, collegato alla felicità e alla perfezione dell'essere umano.[39]
La teoria politica di al-Farabi va letta nel suo contesto storico islamico, non soltanto come derivazione dalla filosofia platonica.[39] La città virtuosa appartiene alla storia delle immagini di ordinamento ideale perché descrive una comunità guidata da un capo capace di unire conoscenza, virtù e direzione politica.[39] Nel caso di al-Farabi, la città perfetta nasce dall'incontro fra filosofia greca, religione rivelata e riflessione sulla crisi politica della comunità musulmana.[39]
Medioevo
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Nel pensiero medievale europeo l'immaginario utopico si espresse spesso attraverso forme mitiche, folcloriche e religiose, più che attraverso progetti politici sistematici.[34] I motivi dell'abbondanza senza lavoro, del paese remoto e del regno perfetto già esistente altrove conservarono un ruolo importante nella cultura letteraria e popolare.[47] In questo quadro si collocano il Paese di Cuccagna, il Bengodi boccacciano e la Lettera del Prete Gianni, tre forme diverse di immaginazione alternativa.[48][49]
Il Paese di Cuccagna
[modifica | modifica wikitesto]Il Paese di Cuccagna è un tema letterario europeo attestato fra Medioevo e prima età moderna, noto con varianti come Cocagne, Cokaygne, Jauja, Luilekkerland e Schlaraffenland.[48] Il tema si muove fra cultura orale e cultura scritta, assumendo significati diversi: utopia medievale, antiutopia, mito popolare, racconto di bugia, paradosso eversivo, miraggio compensatorio, utopia collettiva o parodia dell'utopia stessa.[48] Le sue immagini appartengono alla famiglia delle utopie del corpo, poiché mettono al centro la gratificazione sensoriale, l'abbondanza permanente, l'ozio e la liberazione dalla fatica.[34]
I tre testi più antichi giunti sino a noi risalgono a un periodo compreso fra il XIII e la metà del XIV secolo, comprendendo il fabliau francese, un poemetto medio inglese e una testimonianza iberica.[50] Il fabliau francese di Cocagne, risalente al Duecento, è il più antico testo sul tema conservato ed è trasmesso in tre diverse versioni manoscritte.[51] La formula di Jacques Le Goff, secondo cui Cuccagna è "la sola vera utopia medievale", va inserita in una rassegna di letture divergenti, senza ridurre il tema a una sola interpretazione.[48] Nella versione bernese del fabliau francese, Cocagne assume un carattere più radicale sul piano sociale ed economico, perché non vi esistono proprietà privata, guerre, conflitti, fiere e mercati.[52] Lo stesso testo poteva essere percepito come descrizione positiva di un mondo di benessere o come racconto di bugia, a seconda del pubblico e della capacità di riconoscere gli indizi di falsità disseminati nella cornice narrativa.[52]
Altri motivi utopici medievali
[modifica | modifica wikitesto]Un'eco del motivo cuccagnesco si ritrova nel Decameron di Giovanni Boccaccio, nella novella del Paese di Bengodi, che costituisce la più antica versione italiana del tema di Cuccagna.[48] In Boccaccio l'abbondanza di Bengodi non è presentata come progetto sociale, ma come elemento di una beffa narrativa rivolta a Calandrino.[48] Il luogo immaginario, dove le vigne sono legate con le salsicce e abbondano formaggi e vino, riprende i tratti del paese dell'abbondanza trasformandoli in esca comica.[48]
Un tipo diverso di costruzione utopica medievale è la Lettera del Prete Gianni, epistola pseudoepigrafica del XII secolo attribuita a un sovrano cristiano orientale.[49] Il testo raffigura un impero cristiano orientale ideale e chimerico, nel quale si possono riconoscere molti principi costitutivi del genere utopico poi affermatosi nel Rinascimento.[49] Il regno del Prete Gianni è presentato come luogo di giustizia, abbondanza e meraviglie, contrapponendo a un presente imperfetto l'immagine di un mondo perfetto già realizzato altrove.[49] Il testo presenta il mondo ideale non come futuro da costruire, ma come regno remoto e difficilmente raggiungibile.[49]
Rinascimento
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Il Rinascimento e la prima età moderna corrispondono a una delle fasi di massima fioritura dell'utopia, insieme ai secoli XVIII e XIX.[3] In questa fase appartengono alla tradizione utopica moderna Utopia di Tommaso Moro, La città del Sole di Tommaso Campanella, la Reipublicae Christianopolitanae descriptio di Johannes Valentinus Andreae e La nuova Atlantide di Francis Bacon.[3] Queste opere costruiscono società alternative, spesso collocate in luoghi remoti e usate per mettere in discussione istituzioni, costumi e forme di governo della società europea.[3] La distanza spaziale dell'isola, della città lontana o del paese sconosciuto sostituisce spesso la distanza temporale delle età dell'oro antiche.[16]
Utopia di Tommaso Moro, pubblicata a Lovanio nel 1516, diede nome al genere moderno e descrive una società immaginaria su un'isola del Nuovo Mondo.[16] Nel libro, il protagonista Raffaele Itlodeo racconta di avere visitato un'isola al largo della costa brasiliana nella quale la comunità provvede a cibo, abiti, abitazioni, istruzione e cure mediche, vivendo secondo un ordinamento comunitario senza denaro.[53] La prima parte dell'opera contiene una critica dell'Inghilterra del tempo, toccando la trasformazione della proprietà agraria, le recinzioni dei terreni comuni e la durezza delle pene.[53] Nella seconda parte, l'isola di Utopia presenta abolizione della proprietà privata, distribuzione regolata del lavoro, tolleranza religiosa e magistrature elettive.[53] L'opera oppone l'argomento di Raffaele a quello del narratore Moro: il primo sostiene che non vi siano equa distribuzione dei beni e organizzazione soddisfacente della vita umana finché non venga abolita la proprietà privata, mentre il secondo respinge tale posizione.[53] I nomi fittizi e paradossali dell'opera, fra cui Utopia, Anydrus, Ademus e Amaurotum, segnalano il tono ironico e satirico dell'argomentazione.[53]
La città del Sole di Tommaso Campanella appartiene alle utopie più note dell'età del Rinascimento, della Riforma e della Controriforma.[3] Campanella riprende da Platone la proprietà comune e la comunanza delle donne, cercando di conciliarle con la tradizione cristiana.[54] La città è governata da una figura sacerdotale, il Sole, affiancata da tre ministri corrispondenti a Potere, Sapienza e Amore.[54] Nella città solare la procreazione non è considerata un fatto privato, ma è sottoposta a regole e alla guida di funzionari medici e astrologici, mentre i bambini ricevono un'educazione comunitaria dopo i primi anni con la madre.[54] Questo sistema mira a produrre una stirpe forte e bella, facendo della sorveglianza della vita privata uno dei punti più problematici dell'opera.[54] La città campanelliana unisce organizzazione collettiva, sapere astrologico, osservazione della natura e visione teologico-politica dell'ordine sociale.[54]
La nuova Atlantide di Francis Bacon, pubblicata postuma nel 1627 insieme alla Sylva sylvarum, appartiene al canone della narrativa utopica pur essendo rimasta incompiuta.[55] L'incompiutezza dell'opera riguarda soprattutto il quadro delle leggi e della migliore forma di repubblica, mentre la parte sviluppata descrive con ampiezza la Casa di Salomone, istituzione di ricerca scientifica collocata al centro della vita di Bensalem.[55] Nell'isola, la Casa di Salomone è dedicata allo studio delle opere e delle creature di Dio, inviando periodicamente i suoi membri a raccogliere informazioni sul resto del mondo.[55] Il fine dell'istituzione è la conoscenza delle cause e dei moti segreti delle cose, così da ampliare il dominio umano sulla natura e realizzare tutto ciò che è possibile.[55] A differenza di Moro e Campanella, Bacon non concentra l'utopia sull'abolizione della proprietà privata o della famiglia, ma sulla trasformazione della condizione umana attraverso il sapere sperimentale.[55]
La Reipublicae Christianopolitanae descriptio di Johannes Valentinus Andreae, pubblicata nel 1619, appartiene alla stessa stagione utopica moderna.[3] L'opera descrive una comunità cristiana ideale in cui vita religiosa, istruzione, lavoro manuale e sapere scientifico sono integrati entro un ordinamento comunitario.[56] Con Andreae, l'utopia moderna assume anche la forma di una comunità cristiana regolata da istruzione, lavoro e sapere scientifico.[56]
La città ideale
[modifica | modifica wikitesto]Accanto alla tradizione letteraria, il Rinascimento sviluppò una riflessione sulla città ideale nella trattatistica architettonica e nelle arti visive.[57] Nel clima umanistico del XV secolo la città fu pensata come teatro della vita collettiva, mentre le riflessioni teoriche mirarono a fondazioni, ristrutturazioni o espansioni capaci di rispondere a esigenze abitative, igienico-sanitarie, produttive, difensive e rappresentative.[57] I modelli urbani rinascimentali furono spesso fondati su misura, ordine, simmetria e decoro, anche grazie alle conoscenze prospettiche elaborate nelle arti visive.[57] La trattatistica e i disegni urbani del periodo delinearono città ideali raramente realizzate, nelle quali lo spazio urbano veniva ordinato secondo misura, proporzione e gerarchia simbolica.[57]

Leon Battista Alberti, nel De re aedificatoria, elaborò una riflessione sulla città riprendendo Vitruvio e collegando forma urbana, governo e ordine razionale.[57] La pianta circolare, considerata forma perfetta, divenne uno dei modelli ricorrenti della città ideale rinascimentale.[57] Sforzinda, progettata da Filarete nel Libro architettonico, è fra gli esempi più celebri di città ideale non costruita.[57] La sua pianta stellare a otto punte nasce dalla sovrapposizione di due quadrati ruotati e inseriti entro un fossato circolare, combinando esigenze difensive, riferimenti simbolici e ordine geometrico.[57] La piazza centrale, il palazzo signorile, la cattedrale, i portici mercantili e i canali navigabili organizzano lo spazio urbano in una forma razionale e rappresentativa.[57]
Le realizzazioni concrete furono più limitate rispetto ai modelli teorici.[57] Pienza fu trasformata da Pio II con l'intervento di Bernardo Rossellino, concentrando nella piazza centrale la cattedrale, il palazzo vescovile e la residenza pontificia.[57] A Ferrara, l'Addizione Erculea promossa da Ercole I d'Este dal 1492 raddoppiò la superficie urbana mediante una griglia di assi quasi ortogonali.[57] In questi casi, alcuni principi della città ideale furono applicati a interventi urbani concreti, entro limiti politici, economici e materiali.[57]
Seicento e Settecento
[modifica | modifica wikitesto]Nel Seicento l'utopia europea si estese alla riflessione costituzionale, repubblicana e religiosa, mentre nel Settecento cominciò a spostarsi con maggiore decisione nel futuro.[16] Dopo le isole e le città remote della prima età moderna, la società alternativa venne sempre più spesso immaginata come esito di una trasformazione storica.[16] Con il Settecento, soprattutto in Mercier, il futuro divenne uno spazio narrativo nel quale collocare una società trasformata dal progresso storico.[58] Nel Seicento inglese, in particolare, l'utopia prese anche la forma della riforma costituzionale e dell'esperimento agrario radicale.[3]
Repubblicanesimo utopico inglese
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La repubblica di Oceana di James Harrington, pubblicata nel 1656 durante il protettorato di Cromwell, appartiene alla tradizione utopica moderna.[3] L'opera elabora una repubblica fondata sull'equilibrio della proprietà fondiaria e su un sistema costituzionale pensato per evitare la concentrazione oligarchica del potere.[3] La distribuzione della terra diventa il principio materiale della libertà politica, poiché la concentrazione della proprietà produce concentrazione del potere.[3] In questa forma, l'utopia non si limita a descrivere costumi o luoghi ideali, ma costruisce un modello politico e istituzionale.[3]
Il progetto di Harrington prevedeva una legge agraria, un Senato con funzione deliberativa, un'assemblea con funzione risolutiva e un sistema di rotazione delle cariche.[3] Il modello di Oceana fu importante anche per il repubblicanesimo successivo, poiché collegò stabilità politica, distribuzione della proprietà e libertà civile.[3] La sua influenza raggiunse il pensiero politico angloamericano, alimentando la riflessione sulle colonie e sulle forme costituzionali della repubblica.[59]
Diggers
[modifica | modifica wikitesto]I Diggers, o "True Levellers", furono un movimento agrario comunista attivo in Inghilterra nel 1649-1650 e guidato da Gerrard Winstanley e William Everard.[60] Nell'aprile 1649 circa venti uomini poveri si radunarono a St George's Hill, nel Surrey, iniziando a coltivare la terra comune.[60] Il movimento sosteneva che, dopo la guerra civile e l'esecuzione di Carlo I, la terra dovesse essere resa disponibile ai poveri per la coltivazione.[60] Il manifesto The True Levellers Standard Advanced presentò la coltivazione di George's Hill come atto comunitario, dichiarando la volontà di seminare, lavorare e mangiare il pane insieme.[61]
Le attività dei Diggers allarmarono il governo del Commonwealth e suscitarono l'ostilità dei proprietari locali, mentre la colonia fu dispersa entro la fine di marzo 1650 dopo azioni legali e violenze collettive.[60] Dopo l'esperienza comunitaria, Winstanley formulò nel 1652, con The Law of Freedom in a Platform, una descrizione utopica di governo.[62] Il movimento fu una delle forme più radicali di comunalismo agrario e critica della proprietà privata nell'Inghilterra del XVII secolo.[60]
Dal luogo al tempo
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Il Settecento trasformò il modello utopico spostando l'alternativa dal luogo remoto al futuro storico.[16] L'Illuminismo favorì questa trasformazione attraverso la fiducia nella perfectibilità dell'umanità, nella ragione e nel progresso come forze capaci di modificare la società.[58] L'anno 2440 di Louis-Sébastien Mercier, pubblicato nel 1771, è un testo centrale di questa trasformazione, perché trasferisce l'utopia in un futuro progressivo e raggiungibile attraverso la storia.[58] Il protagonista si addormenta nella Parigi del Settecento e si risveglia nella Parigi del 2440, trovando una società trasformata dalla ragione e dalla giustizia.[58] Nel romanzo, il futuro di Parigi diventa il luogo narrativo in cui rappresentare istruzione, giustizia, riforma dei costumi e progresso politico.[58]
Ottocento
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Nel XIX secolo l'utopismo assunse un ruolo centrale nella critica sociale prodotta dall'industrializzazione e nella progettazione di nuove forme di organizzazione economica e comunitaria.[63] Le condizioni di lavoro, l'urbanizzazione rapida, la questione operaia e la crescita delle disuguaglianze resero l'utopia uno strumento di critica del capitalismo industriale.[63] Le utopie sociali ottocentesche nacquero nel quadro della questione operaia e delle risposte elaborate da autori come Saint-Simon, Charles Fourier e Robert Owen.[63] Nei progetti di Saint-Simon, Fourier e Owen, la società alternativa venne pensata attraverso organizzazione del lavoro, cooperazione produttiva, educazione e riforma delle condizioni materiali di vita.[63]
Socialismo utopico
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L'espressione "socialismo utopistico" divenne una categoria storiografica soprattutto dopo il Manifesto del Partito Comunista del 1848 e dopo l'opuscolo engelsiano L'evoluzione del socialismo dall'utopia alla scienza del 1880.[63] L'espressione indica autori che, prima di Marx o contemporaneamente a lui ma senza un rapporto diretto di filiazione, criticarono la società borghese, respinsero il sistema capitalistico e proposero un'organizzazione sociale comunitaria.[63] Saint-Simon, Fourier e Owen appartengono alla linea che guarda alla società civile e all'economia, prospettando una trasformazione sociale più o meno radicale.[63]
Saint-Simon delineò una società fondata sulla cooperazione e guidata da scienziati, imprenditori, tecnici e politici, contrapposti agli "oziosi" del vecchio ordine sociale.[63] Fourier elaborò il modello delle falangi e dei falansteri, comunità composte da circa 1800 persone, organizzate in abitazioni comuni e impegnate in un lavoro variato e piacevole.[63] Owen affrontò i problemi dello sviluppo industriale a New Lanark, dove aumentò i salari, ridusse gli orari, migliorò le condizioni di lavoro e offrì case, cibo, vestiario e istruzione a basso prezzo.[63] Dal 1817 al 1824 Owen propagandò inoltre il progetto di comunità di lavoratori in Europa e negli Stati Uniti, fondando poi New Harmony nell'Indiana.[63]
Viaggio in Icaria di Étienne Cabet, pubblicato nel 1840, trasformò il comunismo utopico in racconto di viaggio e in programma sociale, descrivendo una società egualitaria fondata su lavoro organizzato, proprietà comune, educazione e regolazione collettiva della vita economica.[64] L'opera ebbe conseguenze anche pratiche, perché i seguaci di Cabet tentarono di fondare comunità icariane negli Stati Uniti.[64] Il caso di Icaria collega così romanzo utopico, socialismo, propaganda politica e comunità intenzionale ottocentesca.[64]
La critica marxiana riconobbe il valore della denuncia sociale dei predecessori, ma contestò loro l'assenza di un'analisi storica del capitalismo e del proletariato come soggetto rivoluzionario.[63] La distinzione engelsiana fra socialismo utopistico e socialismo scientifico dipende proprio dalla pretesa marxista di fondare la trasformazione sociale sull'analisi delle contraddizioni storiche, non soltanto sulla persuasione morale o sull'esempio comunitario.[63]
Bellamy e Morris
[modifica | modifica wikitesto]Looking Backward, 2000-1887 di Edward Bellamy, pubblicato nel 1888, divenne uno dei romanzi utopici statunitensi più influenti del tardo Ottocento.[65] Il protagonista, cittadino di Boston, si risveglia nell'anno 2000 in una società dove produzione e distribuzione sono organizzate su base nazionale.[65] Il modello immaginato da Bellamy abolisce la competizione economica, distribuisce il lavoro fra i cittadini adulti e presenta un ordine sociale centralizzato, razionale e ottimista.[65] L'opera fu concepita anche come propaganda riformatrice, contribuendo alla nascita e alla diffusione dei Nationalist Clubs.[66]
Notizie da nessun luogo di William Morris, pubblicato in volume nel 1892 dopo l'uscita seriale del 1890, viene letto comunemente come risposta critica al modello centralizzato e industriale di Bellamy.[67] Il libro immagina un'Inghilterra futura senza governo centralizzato, senza denaro e senza industria pesante, nella quale il lavoro artigianale è fonte di piacere e la natura è stata restaurata.[67] La società di Morris è socialista e pastorale, fondata su bellezza quotidiana, libertà individuale e superamento della società capitalistica industriale.[67] Bellamy immagina una società nazionale centralizzata e razionalizzata; Morris risponde con una società decentrata, artigianale, rurale e comunitaria.[67]
Novecento e oltre
[modifica | modifica wikitesto]Nel XX secolo la tradizione utopica fu affiancata da una forte crescita della distopia, che divenne una delle forme principali dell'immaginazione politica del secolo.[68] Le immagini distopiche entrarono nella riflessione su totalitarismo, società di massa, tecnologia, libertà e dominio, andando oltre il solo ambito della narrativa.[68] Dopo la fine dell'Ottocento, il futuro immaginario fu sempre più spesso rappresentato come luogo di controllo politico, regole imposte, sorveglianza e perdita della libertà.[68] La fiducia moderna nel progresso rimase presente, ma fu accompagnata da racconti e teorie che descrivevano il futuro come possibile peggioramento del presente.[68]
Svolta distopica
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Noi di Evgenij Zamjatin, Il mondo nuovo di Aldous Huxley e Nineteen Eighty-Four di George Orwell sono fra i testi più importanti della distopia novecentesca.[68] In questi romanzi la società immaginaria non è un luogo migliore, ma un avvertimento sulle conseguenze di tendenze politiche, tecniche e sociali percepite come minacciose.[68] La distopia divenne così uno dei modi con cui il pensiero politico del Novecento rappresentò dominio, controllo, manipolazione della verità, sorveglianza e perdita dell'autonomia individuale.[68]
In Nineteen Eighty-Four, la guerra permanente, la sorveglianza, la riscrittura della storia, la tortura e la persecuzione definiscono una società chiusa, nella quale la libertà personale viene progressivamente annullata.[68] In Il mondo nuovo, il benessere organizzato e il condizionamento sociale mostrano una forma diversa di dominio, fondata non solo sulla repressione ma anche sulla stabilità, sul consumo e sull'adattamento degli individui al sistema.[68] La distopia finì così per influire anche sulla percezione dell'utopia, facendo apparire ogni progetto totale di riorganizzazione sociale come potenzialmente oppressivo.[29]
Utopie sovietiche
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Nel secondo dopoguerra sovietico, la fantascienza utopica fu rinnovata dalla pubblicazione di La nebulosa di Andromeda di Ivan Antonovič Efremov.[69] Il romanzo, apparso nel 1957 inizialmente su rivista,[70] pose per la prima volta il racconto in un futuro lontano e offrì una descrizione dettagliata della società futura della Terra e dei suoi abitanti.[71] La sua pubblicazione è legata al disgelo sovietico e alla riformulazione del ruolo della fantascienza nell'Unione Sovietica.[72]
L'opera immagina una Terra comunista unificata e proiettata verso lo spazio, segnando una rottura con la fantascienza sovietica dell'età staliniana, più vincolata a prospettive ravvicinate e utilitarie.[72] Nella stessa tradizione, la fantascienza sovietica inaugurata da Efremov guardò per un periodo alla promessa dell'utopia socialista, legando tecnologia e socialismo in modo più esplicito di molta fantascienza occidentale.[73] I romanzi degli Strugackij, in particolare Trudno byt' bogom e Khishchnye veshchi veka, mostrarono invece un'ansia morale e politica comparabile a quella della fantascienza occidentale contemporanea.[73]
Utopie politiche anticoloniali in India
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Nell'India moderna, l'immagine di Ram Rajya fu usata anche per pensare forme di giustizia sociale, uguaglianza e futuro politico, assumendo significati diversi nel discorso religioso, nazionalista, anticoloniale e socialista.[74] Negli anni venti e trenta del Novecento, alcuni intellettuali comunisti e di sinistra dell'India settentrionale usarono linguaggi religiosi ed etici per rendere più comprensibili idee di dignità, uguaglianza, liberazione sociale e giustizia politica.[74] In questo contesto, Satyabhakta intrecciò la nozione di Ram Rajya con anticolonialismo, comunismo, critica della disuguaglianza e immagini egualitarie del futuro.[74]
Il caso di Satyabhakta mostra una forma di utopismo politico non modellata direttamente sull'isola o sulla città ideale europea.[74] L'utopia non viene presentata come società separata dal mondo, ma come futuro di giustizia capace di parlare a un pubblico formato dalla cultura religiosa hindu, dal nazionalismo anticoloniale e dalla circolazione di idee socialiste.[74] In Satyabhakta, tradizioni locali, miti religiosi e linguaggi politici moderni servirono a rappresentare un ordine sociale diverso, fondato su giustizia, uguaglianza e liberazione anticoloniale.[74]
Rilancio dell'utopia critica
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Negli ultimi decenni del Novecento l'utopia non scomparve, ma fu spesso riformulata come utopia critica.[2] Questa forma presenta una società migliore di quella contemporanea, lasciando però irrisolti problemi e conflitti interni.[2] L'utopia non diventa quindi un piano chiuso di perfezione sociale, ma uno strumento per pensare alternative, limiti e tensioni ancora aperte.[2] L'utopia critica conserva il desiderio di una società migliore, ma evita di presentarla come ordine definitivo e privo di conflitti.[21]
L'allargamento sociologico e antropologico del concetto ha portato a considerare anche pratiche sociali, movimenti e comunità intenzionali come luoghi dell'immaginazione utopica.[20] L'utopia può essere usata come metodo per valutare quali forme di vita siano desiderabili, quali istituzioni possano sostenerle e quali limiti restringano l'immaginazione politica.[20] Il pensiero utopico può così mettere in questione proprietà, lavoro, famiglia, autorità politica, cura e distribuzione delle risorse, senza descrivere necessariamente una società perfetta.[20]
Temi e manifestazioni
[modifica | modifica wikitesto]Utopia e religione
[modifica | modifica wikitesto]Molte immagini utopiche riprendono temi religiosi come il paradiso perduto, la Terra promessa, il regno divino e la città celeste.[75] Il pensiero utopico moderno ha spesso ripreso queste immagini in chiave laica, trasformando l'attesa della salvezza in progetto politico, sociale o morale.[75] Testi religiosi come l'Apocalisse, Isaia e 2 Baruch hanno fornito immagini di giudizio, restaurazione e rinnovamento riprese anche in tradizioni utopiche laiche.[75] Le immagini di abbondanza permanente, assenza di fatica, fine della malattia e riconciliazione con la natura rientrano tra le utopie del corpo.[36]
In esse l'ordine ideale non è costruito da un legislatore umano, ma è ricevuto come dono divino, condizione originaria o promessa futura.[36] Anche le regole monastiche, mirando a creare una comunità ideale, hanno anticipato alcuni aspetti dei progetti di comunità intenzionali immaginate o vissute.[75]
Paradiso terrestre e Nuova Gerusalemme
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Le rappresentazioni religiose di paradiso, età dell'oro e città celeste rientrano tra le utopie del corpo, perché immaginano abbondanza, sicurezza e pienezza come dono della natura o della divinità.[36] Nel racconto biblico della Genesi, il giardino dell'Eden è uno spazio di pienezza e armonia originaria, perduto con la caduta.[75] L'idea di un paradiso perduto, di una storia vissuta come esilio e di una redenzione finale ha segnato a lungo l'utopia occidentale.[75] Nella tradizione cristiana, l'immagine della Nuova Gerusalemme dell'Apocalisse presenta una città perfetta e compiuta alla fine della storia sacra.[75]
La città dell'Apocalisse rovescia le condizioni ordinarie dell'esistenza, abolendo morte, lutto, dolore e separazione da Dio.[76] Il luogo ideale non viene costruito attraverso una riforma politica, ma appare come esito finale della storia sacra.[75] L'immagine della città celeste ha continuato a influenzare modelli di città religiosa e comunità perfetta, mentre nel puritanesimo del New England l'idea di costruire la Città di Dio o la Nuova Gerusalemme sulla terra contribuì alla forma teocratica dell'esperimento del Massachusetts.[77]
Millenarismo
[modifica | modifica wikitesto]Il millenarismo è una forma di attesa religiosa di un ordine futuro radicalmente trasformato.[75] Nel cristianesimo, il termine si collega all'attesa di un regno divino sulla terra della durata di mille anni, ricavata da una lettura letterale dell'Apocalisse.[75] Alcune versioni del millennio rientrano nelle utopie del corpo, usando immagini di abbondanza e vita liberata dal bisogno.[36] Il chiliasmo può inoltre diventare una mentalità utopica capace di entrare in rapporto con l'azione collettiva e con la trasformazione dell'ordine sociale.[25]
Nella storia europea, il millenarismo ha alimentato movimenti religiosi e sociali nei quali attesa escatologica e sovvertimento dell'ordine esistente si sono intrecciati.[25] La vicenda anabattista di Münster, guidata da Jan van Leiden negli anni 1534-1535, è stata spesso richiamata come esempio estremo di utopia religiosa realizzata con mezzi coercitivi.[25] Tradizioni millenariste e messianiche sono presenti anche nell'Islam, con l'attesa del Mahdi e, nello sciismo duodecimano, del ritorno dell'imam nascosto.[75] La struttura comune è la critica del presente come luogo di ingiustizia e la proiezione di un futuro ordine di giustizia universale.[75]
Monasticismo e comunità ideali
[modifica | modifica wikitesto]Il comunitarismo utopico occidentale è legato anche al monasticismo medievale e alle comunità religiose separate dal mondo.[78] Monasteri, comunità religiose orientali e ashram rientrano in molte definizioni di società intenzionale, condividendo vita comune, regole interne e orientamento verso un ideale di perfezione o disciplina spirituale.[78] Proprietà comune, lavoro condiviso, obbedienza a una regola e separazione dal mondo anticipano diversi elementi che torneranno nelle comunità intenzionali moderne.[78] Anche il rapporto fra Utopia di Moro e il monasticismo è stato discusso nella storia degli studi sulla tradizione utopica.[78]
La Regola benedettina rappresenta uno dei testi più importanti per l'organizzazione della vita comunitaria occidentale.[78] Il monastero non coincide con l'utopia moderna, ma fornisce un modello di spazio separato, regolato e orientato a una forma di vita ritenuta migliore.[78] Per questa ragione la storia delle comunità intenzionali non può essere separata dalle forme religiose di vita comune che l'hanno preceduta.[78]
Letteratura utopica e distopica
[modifica | modifica wikitesto]Letteratura utopica e distopica condividono il procedimento di costruire società alternative per mostrare possibilità, difetti o paure della società contemporanea.[2] La distopia non è il contrario assoluto dell'utopia, ma una sua variante negativa: costruisce anch'essa una società alternativa, presentandola però come avvertimento su una tendenza storica.[8] Eutopia, distopia, satira utopica, antiutopia e utopia critica appartengono allo stesso insieme di forme narrative, ma differiscono per il valore attribuito alla società descritta.[2] La società immaginaria può quindi apparire migliore, peggiore, ambigua o costruita per criticare la stessa idea di utopia.[2]
La codificazione moderna dell'utopia avviene con Moro, che unisce racconto di viaggio, cornice realistica e descrizione ordinata di una società alternativa.[16] Nel Novecento, Una utopia moderna di H. G. Wells introduce una forma più riflessiva, in cui la costruzione dell'utopia diventa parte della trattazione stessa.[73] Questa linea prepara le forme meta-utopiche e critiche del secondo Novecento, nelle quali il narratore non offre un modello chiuso ma esamina i limiti dell'alternativa.[21]
La distopia letteraria tende a proiettare nel futuro immagini di società peggiori di quella presente, usandole come avvertimento contro una direzione storica ritenuta pericolosa.[8] Le distopie insistono spesso sull'oppressione della maggioranza da parte di un'élite dominante e sul controllo rigido della società.[8] Noi, Il mondo nuovo e Nineteen Eighty-Four sono fra i testi centrali attraverso cui il Novecento ha associato il futuro immaginario a forme di controllo politico, sociale e tecnologico.[68] Nei racconti distopici tornano spesso il controllo della storia, la sorveglianza diffusa, la manipolazione del linguaggio e la riduzione della libertà individuale.[68]
Il rapporto fra utopia e fantascienza è stato oggetto di analisi critica.[79] L'utopia non può essere ridotta a sottogenere della fantascienza, perché l'immaginazione sociale precede storicamente la nascita del genere fantascientifico moderno.[79] La fantascienza ha però ripreso e trasformato molte forme dell'utopia, soprattutto quando colloca società alternative nello spazio, nel futuro o in mondi abitati da culture diverse.[73] I reietti dell'altro pianeta di Ursula K. Le Guin, pubblicato nel 1974 con il sottotitolo An Ambiguous Utopia, mette a confronto due mondi abitati e due sistemi politici diversi, senza identificare in modo semplice una società perfetta o una distopia assoluta.[80]
Nel fumetto, V per Vendetta di Alan Moore e David Lloyd applica la forma distopica alla Gran Bretagna del tardo Novecento, immaginando uno Stato fascista nato dopo guerra, crisi e collasso politico.[81] L'opera mette al centro il conflitto fra un regime autoritario e una ribellione anarchica, usando la maschera di Guy Fawkes come immagine politica ambigua e riconoscibile.[81] In questa lettura, il fumetto unisce distopia, antifascismo e anarchismo postmoderno, senza proporre un modello istituzionale compiuto dopo la caduta del regime.[81]
Scienza, tecnologia e fantascienza
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Il rapporto fra utopismo e scienza è già centrale nella Nuova Atlantide di Bacon, dove la società di Bensalem è organizzata attorno alla Casa di Salomone, un'istituzione dedicata alla ricerca e alla raccolta di conoscenze sul mondo naturale.[55] In quest'opera, il sapere sperimentale non è soltanto un'attività teorica, ma uno strumento per trasformare la condizione umana e ampliare il dominio dell'uomo sulla natura.[55] Da questa linea deriva una parte dell'utopismo tecnologico moderno, nel quale il progresso scientifico può essere immaginato come mezzo di miglioramento materiale, sociale e conoscitivo.[55] La liberazione dal bisogno, dalla malattia, dalla sofferenza e dalla morte diventa così uno dei temi ricorrenti delle utopie tecnologiche moderne.[73]
Nel Novecento la fantascienza rese questa tradizione più direttamente legata al futuro storico, alla pianificazione e alla trasformazione tecnica della società.[73] H. G. Wells sviluppò una forma di utopia narrativa centrata sul futuro globale, sul rapporto fra scienza, guerra e ordine mondiale, e sulla possibilità di dirigere razionalmente il cambiamento storico.[82] The Shape of Things to Come, pubblicato nel 1933, costruisce una storia futura nella quale guerra, collasso e ricostruzione conducono a un ordine mondiale tecnocratico.[82] Il film La vita futura di William Cameron Menzies, uscito nel 1936 su soggetto e sceneggiatura di Wells, tradusse questa visione in una delle prime grandi rappresentazioni cinematografiche di futuro utopico-tecnocratico.[82]
Un caso particolare è A noi vivi, primo romanzo di Robert A. Heinlein, scritto nel 1938-1939 ma pubblicato solo postumo.[83] Nel romanzo, il risveglio di un uomo del XX secolo nel 2086 serve a presentare una società futura fondata su riforme economiche, reddito garantito, libertà personali e nuove norme sociali.[83] Il carattere utopico dell'opera è più esplicito che narrativo, perché la costruzione del futuro serve soprattutto a esporre le idee politiche, economiche e sociali del primo Heinlein.[83]
Nella fantascienza successiva, uno dei temi più riconoscibili dell'utopia tecnologica è la post-scarsità, cioè l'immagine di una società nella quale lo sviluppo tecnico riduce drasticamente il peso del bisogno materiale.[73] Nell'universo di Star Trek, la Federazione dei Pianeti Uniti è stata letta come una società semiutopica orientata a razionalismo, tolleranza, altruismo e meritocrazia egualitaria.[84] La Federazione non è soltanto uno scenario tecnologico: il superamento del bisogno materiale sostiene una visione morale dell'umanità fondata su cooperazione, miglioramento personale e servizio pubblico.[84] In questa prospettiva, la tecnica non produce da sola l'utopia, ma rende possibile un ordinamento sociale nel quale denaro, accumulazione privata e competizione economica perdono centralità.[85] Il replicatore è uno degli elementi narrativi che rendono più visibile questa economia post-scarsità, perché può produrre quasi qualsiasi oggetto a partire da un modello corretto.[86] Una tecnologia capace di ridurre drasticamente la scarsità materiale rende plausibile una società nella quale la moneta non organizza più la vita quotidiana.[85] La contrapposizione con la specie dei Ferengi rende più esplicita questa differenza, presentando l'accumulazione di ricchezza, l'usura e il profitto come tratti caricaturali di un capitalismo spinto all'estremo.[87]
La dimensione utopica di Star Trek rimane tuttavia ambigua.[84] Nelle serie ambientate nella Federazione, il conflitto narrativo nasce spesso non dalla scarsità materiale interna, ma dall'incontro con società meno egualitarie, con civiltà ostili o con dilemmi morali che mettono alla prova i principi federali.[84] L'ideale post-scarsità convive inoltre con gerarchie professionali e militari, rapporti diplomatici asimmetrici e zone economiche esterne alla Federazione nelle quali scambio, profitto e disuguaglianza continuano a esistere.[85] Star Trek non mostra quindi una società perfetta e priva di tensioni, ma una costruzione utopica seriale nella quale abbondanza tecnica, istituzioni federali e confronto con l'esterno producono problemi etici e politici ricorrenti.[84]
Il Ciclo della Cultura di Iain Banks rappresenta una forma più radicale di utopia tecnologica post-scarsità.[73][88] La Cultura è descritta come una società galattica quasi comunista, mediata da intelligenze artificiali e priva di gerarchie fondate sul controllo di risorse limitate.[73][88] Rispetto alla Federazione di Star Trek, essa presenta un'abbondanza materiale più estrema e un ruolo più forte delle intelligenze artificiali nell'organizzazione della società.[88] Le storie del ciclo mettono però spesso in primo piano il problema degli interventi della Cultura su società meno libere o meno sviluppate, mostrando il rapporto fra potere tecnico, libertà e responsabilità politica.[88][89] Anche la Cultura è stata quindi letta come utopia ambigua, perché l'abbondanza materiale e la libertà interna convivono con interventi problematici verso società esterne.[89]
Le distopie tecnologiche mostrano il rovescio della fiducia nel progresso tecnico.[8] Ne Il mondo nuovo di Aldous Huxley, il benessere organizzato e il condizionamento sociale producono una società stabile, ma fondata sulla perdita di autonomia individuale.[68] In molte distopie novecentesche, strumenti nati per produrre ordine, sicurezza o benessere diventano mezzi di adattamento forzato, sorveglianza e riduzione della libertà personale.[68] La stessa capacità di pianificare, automatizzare e stabilizzare la vita collettiva può quindi apparire liberatoria oppure oppressiva, secondo l'ordinamento politico e sociale nel quale viene inserita.[68]
Il transumanesimo sposta il tema dell'utopia tecnologica dal miglioramento della società al miglioramento tecnico dell'essere umano.[90] Il pensiero utopico classico non mira ad accelerare l'evoluzione biologica dell'uomo mediante mezzi tecnologici, mentre il transumanesimo assume proprio questa possibilità come nucleo del proprio progetto.[90] Potenziamento cognitivo, estensione della vita e integrazione uomo-macchina spostano l'utopia dal piano dell'organizzazione collettiva a quello della trasformazione biologica e tecnica dell'individuo.[90] La costruzione di società alternative viene quindi distinta dalla prospettiva di migliorare artificialmente l'essere umano attraverso tecnologie convergenti.[90]
Cyber-utopia
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La cyber-utopia è una forma recente dell'utopismo legata alla rivoluzione digitale, alle reti informatiche e alla crescita delle tecnologie dell'informazione e della comunicazione.[13] Le prime reti tecnologiche furono presentate come strumenti capaci di favorire comunicazione, connessione e accesso più ampio alle informazioni, alimentando l'idea che le reti potessero ampliare accesso alla conoscenza, comunicazione fra individui e cooperazione a distanza.[91] Con l'esplosione del Web e poi del Web 2.0, la cyber-utopia si legò a nozioni come comunità virtuale, cultura convergente e produzione collaborativa di contenuti.[13] In questa cornice, pratiche come la scrittura collettiva online e la condivisione di informazioni furono interpretate come segni di una possibile democratizzazione della conoscenza.[13]
La cyber-utopia californiana nacque dall'incontro fra controcultura, cultura hacker, imprenditoria tecnologica e immaginari libertari sviluppati sulla costa occidentale degli Stati Uniti dagli anni sessanta in poi.[92] In questa versione, la rete apparve come spazio di autonomia individuale, cooperazione spontanea e superamento di vincoli politici o territoriali, ma anche come ambiente esposto a ideologie tecnocratiche e neoliberali.[92] Fra i miti della cyber-utopia rientrano la tecno-globalizzazione, la sostituzione di molte mediazioni politiche con sistemi tecnici e la fiducia nella capacità dei media digitali di rimodellare la vita collettiva.[92]
Negli sviluppi più recenti, la cyber-utopia si intreccia con realtà virtuale, intelligenza artificiale, Web 3.0, Internet delle cose e immaginari del metaverso.[93] Fraioli collega questi sviluppi alla promessa di nuovi spazi di socializzazione, esperienze immersive e costruzione di ambienti personali sempre più controllabili dall'utente.[93] La stessa tradizione presenta però anche un lato critico: l'utopia digitale può trasformarsi in fiducia illimitata nella tecnica, fino a immaginare che governo dei dati, automazione e piattaforme possano sostituire decisione politica, conflitto sociale e responsabilità collettiva.[94]
Ecologia
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L'utopia ecologica immagina la società ideale in rapporto a sostenibilità, limiti ambientali e trasformazione dei modi di vita.[95] Come filone moderno, essa si lega all'ambientalismo della seconda metà del Novecento, quando il rapporto fra crescita industriale, consumo, risorse naturali e limiti ambientali divenne un tema politico e culturale centrale.[95] L'ecotopia descrive società nelle quali produzione, consumo, abitazione, alimentazione e uso delle risorse vengono riorganizzati secondo criteri ecologici.[95]
Ecotopia di Ernest Callenbach, pubblicato in volume nel 1975 dopo una versione breve del 1974, è un'utopia ecologica di futuro prossimo fondata sulla secessione di Washington, Oregon e California settentrionale dal resto degli Stati Uniti.[95] Nel romanzo il reporter William Weston entra in Ecotopia e scopre una società in cui tecnologia, consumo e responsabilità verso il mondo naturale sono regolati da un equilibrio ecologico.[95] Il modello immaginato include agricoltura biologica, cibo biologico, alimentazione sana, gestione sostenibile delle foreste e cambiamenti profondi nei modi di vita.[95] Il libro divenne un riferimento per l'immaginario ambientalista statunitense, collegando narrativa utopica e cultura politica verde.[95]
Kim Stanley Robinson ha sviluppato forme di utopia ecologica e planetaria nella fantascienza contemporanea.[96] Nella Trilogia di Marte, la colonizzazione e la terraformazione del pianeta rosso permettono di rappresentare sfruttamento industriale, crisi ecologica, conflitti politici e forme sociali diverse da quelle terrestri contemporanee.[96] Nella trilogia, la trasformazione ecologica di Marte si intreccia con conflitti su proprietà della terra, gestione delle risorse, lavoro, autonomia politica e rapporti fra colonizzatori e ambiente planetario.[96] Il ministero per il futuro costruisce invece un racconto di futuro prossimo centrato sulla crisi climatica e sui tentativi di evitare il collasso ecologico.[96]
Urbanistica moderna
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Tra la fine dell'Ottocento e il Novecento, l'utopia urbana tornò al centro della pianificazione attraverso progetti che univano riforma sociale, organizzazione dello spazio costruito e critica della grande città industriale.[9][97] In questa tradizione, la città ideale non era più soltanto un'immagine teorica o pittorica, ma un piano capace di orientare insediamenti, infrastrutture, proprietà, mobilità e rapporti fra città e campagna.[98] La pianificazione moderna tradusse spesso aspirazioni sociali in forme spaziali concrete, regolando strade, abitazioni, servizi, aree verdi, luoghi di produzione e usi del suolo.[98] In questo passaggio, il progetto urbano divenne uno dei modi con cui l'utopismo cercò di intervenire sulla vita quotidiana, non soltanto sulle istituzioni politiche o sulla distribuzione della ricchezza.[9][98]
La città giardino di Ebenezer Howard nacque come risposta alla crisi della città industriale ottocentesca.[97] Howard cercò di combinare i vantaggi della città e della campagna, immaginando insediamenti extraurbani di piccole dimensioni, immersi nel verde, con bassa densità abitativa, servizi, lavoro e vita comunitaria.[97] Nel modello pubblicato in Tomorrow. A Peaceful Path to Real Reform nel 1898, poi riedito nel 1902 come Garden Cities of Tomorrow, l'impianto planimetrico aveva schema circolare, con un'area verde centrale, fasce anulari di residenze, servizi, giardini e fabbriche nella zona periferica.[99] Il numero degli abitanti era limitato a 30.000, soglia oltre la quale Howard prevedeva la fondazione di un nuovo insediamento, secondo una logica polinucleare.[97] Nel 1903 fu fondata Letchworth, prima città giardino presso Londra, progettata da Barry Parker e Raymond Unwin senza seguire in modo rigido lo schema di Howard, ma contribuendo al successo dell'idea del piccolo insediamento extraurbano integrato ai luoghi naturali.[99]
Broadacre City di Frank Lloyd Wright propose invece una società decentrata, legata all'automobile, alla casa individuale, alla proprietà diffusa e a una diversa distribuzione della popolazione nel territorio.[100] A differenza della città compatta, il modello di Wright immaginava una vita più dispersa, nella quale infrastrutture di trasporto, autonomia domestica e rapporto con il paesaggio avrebbero dovuto ridurre il peso della metropoli.[100] L'idea individualistica di Wright, fondata su case autonome e autosufficienti, si contrapponeva alla concezione collettivistica degli appartamenti proposta da Le Corbusier.[100] Pur presentandosi come ritorno a un rapporto più diretto con la natura, Broadacre City anticipava anche problemi dello sprawl, perché la dispersione degli insediamenti richiede grandi quantità di spazio, infrastrutture e risorse.[100]
Le Corbusier elaborò una direzione quasi opposta, fondata su densità, verticalità, zonizzazione funzionale e grandi spazi verdi.[101] Nei suoi progetti urbani, dalla città contemporanea alla Ville Radieuse, il vecchio tessuto urbano veniva sostituito da torri, assi di circolazione, separazione delle funzioni e ampie superfici libere.[101] Questa forma urbana è stata collegata alla ricerca di una moderna utopia dell'abitare, nella quale spazio costruito, natura e ordine architettonico avrebbero dovuto formare un insieme unitario.[101] La forza di questi modelli derivò anche dalla loro ambivalenza: promettevano abitazioni migliori, aria, verde e razionalità, ma potevano produrre uniformità, controllo dall'alto e riduzione della complessità urbana.[98]
Tony Garnier, con Une cité industrielle, elaborò un modello di città industriale pianificata nel quale produzione, abitazione, servizi, igiene e spazi collettivi erano ordinati entro un progetto urbano complessivo.[102] Il progetto appartiene alla tradizione della città ideale moderna perché lega architettura, industria, vita collettiva e razionalizzazione dello spazio urbano.[102] Nella sua città industriale, l'organizzazione dello spazio non serve soltanto a ospitare la produzione, ma anche a ordinare abitazioni, servizi, funzioni pubbliche e rapporti fra le parti della città.[102]
Nel cinema, Metropolis di Fritz Lang rappresentò la città futura come spazio verticale e diviso, segnato dalla separazione fra élite dirigente, macchine e massa operaia.[103] Il film è stato letto come una delle prime grandi immagini cinematografiche della distopia urbana novecentesca, nella quale architettura monumentale, tecnica industriale e controllo sociale si rafforzano reciprocamente.[103] La metropoli immaginata da Lang non è un modello di riforma urbana, ma il rovescio distopico dell'utopia tecnica: la città del futuro appare ordinata, potente e spettacolare, ma fondata su disuguaglianza, sfruttamento e dominio delle macchine sugli uomini.[103]
Genere e femminismo
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Le utopie femministe hanno rappresentato società alternative nelle quali cambiano ruoli di genere, famiglia, maternità, riproduzione, cura dei bambini e relazioni fra donne.[104][105] Molte opere femministe degli anni settanta e ottanta rientrano nell'utopia critica, perché presentano società migliori ma non prive di tensioni e problemi irrisolti.[2] Le società immaginarie permettono di mostrare come famiglia, maternità, lavoro e ruoli di genere possano cambiare quando cambiano istituzioni e abitudini sociali.[104] Famiglia, maternità, riproduzione e cura diventano quindi temi centrali soprattutto dalla seconda metà del Novecento, quando le utopie femministe legano più spesso uguaglianza di genere e trasformazione dei rapporti riproduttivi.[105]
Charles Fourier attribuì alla libertà delle donne un ruolo centrale nella valutazione del progresso sociale.[63] La terra delle donne di Charlotte Perkins Gilman, pubblicato nel 1915, è un testo centrale della tradizione utopica femminista.[106] Il romanzo immagina una società composta da sole donne, isolata dal mondo esterno e capace di riprodursi per partenogenesi.[107] Cooperazione, educazione, assenza di competizione e sguardo maschile spiazzato servono a mettere in discussione l'idea che i rapporti di genere vigenti siano naturali.[107]
Negli anni settanta, Shulamith Firestone fece della riproduzione uno dei centri della critica femminista radicale.[108] Ne La dialettica dei sessi, l'ectogenesi e lo sviluppo extrauterino del feto sono presentati come possibilità tecnica capace di liberare le donne dalla dipendenza biologica della riproduzione.[108] La letteratura utopica femminista dello stesso periodo affrontò spesso procreazione, cura dei bambini e differenze riproduttive come terreni sui quali misurare l'uguaglianza di genere.[105] Sul filo del tempo di Marge Piercy, pubblicato nel 1976, immagina un futuro in cui la gestazione esterna, la cura condivisa e la riorganizzazione dei ruoli di genere sono poste in contrasto con il presente oppressivo della protagonista Connie Ramos.[109] Il romanzo usa il viaggio temporale per contrapporre istituzione psichiatrica, povertà e violenza del presente a una società futura fondata su maggiore uguaglianza.[109]
The Female Man di Joanna Russ, pubblicato nel 1975, appartiene alla stagione della fantascienza femminista che usa mondi differenti per mettere in questione genere, sessualità, lavoro e rapporti di potere.[110] The Wanderground di Sally Miller Gearhart, pubblicato nel 1979, rappresenta invece una società femminile separatista e viene spesso collocato nella tradizione delle utopie femministe radicali e lesbiche.[104] Queste opere usarono la costruzione di società separate o parallele per affrontare patriarcato, violenza, linguaggio, corpo e forme di convivenza fra donne.[104]
Margaret Atwood, con Il racconto dell'ancella, pubblicato nel 1985, ha dato alla distopia femminista contemporanea una delle sue forme più note.[111] Il romanzo immagina la Repubblica di Gilead, un regime teocratico nel quale fertilità, maternità e corpo femminile sono sottoposti a controllo statale e religioso.[111] Il rovesciamento dei temi della riproduzione e della famiglia trasforma ciò che nelle utopie femministe poteva apparire come spazio di liberazione in strumento di dominio politico.[105]
Doris Lessing, in Un pacifico matrimonio, costruisce un mondo diviso in zone diverse: la Zona Tre è presentata come più pacifica, armoniosa e vicina a una forma utopica, mentre la Zona Quattro è più militare e conflittuale.[112] Il matrimonio imposto fra Al·Ith, regina della Zona Tre, e Ben Ata, sovrano della Zona Quattro, costringe le due società a entrare in rapporto e produce cambiamenti in entrambe.[112] Il romanzo lega così differenze di genere, organizzazione sociale e trasformazione reciproca fra mondi separati, senza proporre una società perfetta e conclusa.[112] Le utopie di mondi a un solo genere, comprese le utopie femministe lesbiche, permettono invece di isolare ciò che dipende dalla costruzione sociale e di valutare il separatismo come strategia politica.[21]
Utopie pratiche, reali e quotidiane
[modifica | modifica wikitesto]L'utopia non riguarda soltanto società immaginarie o mondi futuri, ma può indicare anche tentativi concreti di cambiare istituzioni, pratiche sociali e modi di vivere.[12] In questa accezione, l'utopia non descrive una società perfetta, ma serve a riconoscere possibilità di cambiamento già presenti o sperimentabili nel presente.[113]
La nozione di "utopia concreta", legata a Ernst Bloch e ripresa da Ruth Levitas, distingue l'utopia dal semplice sogno consolatorio.[113] Essa indica un'immaginazione rivolta a possibilità non ancora realizzate, ma capaci di orientare desideri, azioni e progetti di cambiamento sociale.[113] Erik Olin Wright ha usato l'espressione "utopie reali" per indicare esperimenti, istituzioni e proposte che cercano di rendere praticabili ideali di uguaglianza, partecipazione e libertà.[114] Il punto non è descrivere una società definitiva, ma riconoscere soluzioni parziali che mostrano modi diversi di organizzare il potere, il lavoro, la conoscenza o la distribuzione delle risorse.[114] Tra gli esempi indicati da Wright rientrano il bilancio partecipativo, Wikipedia, le cooperative di lavoratori e il reddito di base incondizionato.[114] Il bilancio partecipativo affida ai cittadini una parte delle decisioni sulla spesa pubblica locale.[114] Wikipedia è citata come esempio di produzione collettiva di conoscenza fuori dal modello dell'impresa tradizionale e della competizione di mercato.[114] Le cooperative di lavoratori, come la Mondragón, mostrano una forma di impresa nella quale i lavoratori partecipano alla proprietà e al governo dell'organizzazione.[114]
Il reddito di base incondizionato è presentato come una proposta capace di separare almeno in parte la sicurezza economica individuale dal lavoro salariato, dalla famiglia e dall'assistenza selettiva.[114] Philippe Van Parijs lo definisce come un pagamento incondizionato versato a ogni membro della società su base individuale, senza prova dei mezzi e senza requisito lavorativo.[11] Per Van Parijs, il pensiero utopico può proporre riforme radicali, ma deve anche chiarirne i principi, valutarne i costi e discuterne gli effetti sociali.[11]
Un'altra linea di studi parla di "utopie quotidiane".[115] L'espressione indica pratiche e spazi nei quali attività ordinarie, come lavorare, abitare, educare, consumare o decidere insieme, vengono organizzate in modo diverso da quello abituale.[12] Queste esperienze non pretendono di rappresentare una società compiuta, ma mostrano che alcune regole sociali possono essere cambiate nella pratica.[115] Alcuni movimenti e comunità cercano inoltre di far vivere nel presente elementi del futuro che desiderano, per esempio nelle forme di proprietà, lavoro, decisione collettiva, educazione o consumo.[116] In questo senso, comunità intenzionali, cooperative, forme di autogoverno, esperimenti educativi, economie solidali e riforme radicali possono essere considerate manifestazioni pratiche dell'utopismo.[10][116]
Comunità intenzionali
[modifica | modifica wikitesto]Le comunità intenzionali sono una delle forme più riconoscibili dell'utopia pratica, perché trasformano principi religiosi, politici, ecologici o sociali in regole di convivenza, lavoro e proprietà condivisa.[5][10] Una comunità intenzionale può essere definita come un gruppo di almeno cinque adulti, con eventuali figli, provenienti da più di una famiglia nucleare e decisi a vivere insieme per rafforzare valori condivisi o perseguire uno scopo comune.[117] Le comunità intenzionali possono essere religiose o secolari, urbane o rurali, permanenti o temporanee, con proprietà comune, cooperativa, privata o mista, adottando sistemi politici e forme di vita familiare molto diversi.[118] Molte comunità durarono poco, ma lasciarono modelli organizzativi, pratiche educative, forme cooperative o immagini di vita alternativa riprese in seguito.[10]
Brook Farm fu una comunità utopica fondata a West Roxbury, nel Massachusetts, nel 1841 e conclusa nel 1847.[119] L'esperimento fu legato a George Ripley, al trascendentalismo e all'ambiente intellettuale bostoniano.[119] I suoi membri tentarono di conciliare lavoro manuale, attività intellettuale, educazione e vita comunitaria, subendo però difficoltà finanziarie che portarono alla conclusione dell'esperienza.[119] Il richiamo a Fourier contribuì a collegare Brook Farm alla più ampia tradizione ottocentesca dei falansteri e delle comunità cooperative.[119]
Walden due (Walden Two) di B. F. Skinner, pubblicato nel 1948, applicò alla comunità utopica i principi del comportamentismo, immaginando una società sperimentale organizzata attraverso educazione, controllo dell'ambiente e progettazione delle condizioni di vita.[120] L'opera fu presentata come una visione utopica orientata al benessere umano e alla giustizia sociale, ma suscitò anche critiche per il ruolo attribuito al controllo comportamentale.[120] Alcune comunità intenzionali si ispirarono direttamente o indirettamente al modello del romanzo, trasformando Walden Two in un caso di passaggio fra finzione utopica e sperimentazione comunitaria.[120]
Negli anni sessanta e settanta del Novecento, il movimento del ritorno alla terra produsse nuove forme di sperimentazione comunitaria e rurale, unendo controcultura, ricerca di vita rurale e rifiuto di alcuni aspetti della società urbana e suburbana dominante.[121] Le esperienze del ritorno alla terra non furono soltanto statunitensi e continuarono a essere studiate anche in rapporto alla contro-urbanizzazione, alle migrazioni verso ambienti rurali e alla ricerca di modi di vita più naturali o alternativi.[121] Dagli anni duemila questo filone è riemerso con maggiore attenzione agli stili di vita ecologicamente sostenibili, conservando continuità con l'eredità degli anni sessanta ma assumendo forme più mature.[121]
Molte comunità sperimentarono governo partecipativo, condivisione delle risorse, ridefinizione dei ruoli di genere e convivenza fuori dalle norme dominanti.[121] Alcune durarono pochi anni, mentre altre conservarono una presenza più lunga e lasciarono eredità culturali nelle pratiche ecologiche, abitative e cooperative.[121] In questa accezione, l'utopia può comparire anche in esperimenti circoscritti: scuole, spazi comuni, cooperative, comunità locali o forme di vita quotidiana organizzate secondo regole diverse.[12]
Eredità e influenza culturale
[modifica | modifica wikitesto]L'utopismo è stato studiato attraverso tre forme principali: i testi che descrivono società immaginarie, le comunità fondate per vivere secondo regole diverse da quelle dominanti e le teorie sociali che propongono una riorganizzazione della vita collettiva.[5] Questa distinzione permette di includere nello stesso campo romanzi, trattati politici, esperimenti comunitari, modelli urbani, miti religiosi e movimenti di riforma, senza ridurre l'utopia a un solo genere letterario o a una sola dottrina.[122][5] L'ampiezza del fenomeno emerge anche dai numeri: Sargent stimava nel 1976 che fossero circa 1500 le opere utopiche in lingua inglese pubblicate fra il 1516 e il 1975, delle quali circa 400 anteriori a Wells.[123] Nel 2017 la bibliografia di letteratura secondaria compilata da Sargent sugli studi utopici registrava invece più di 19.000 voci fra studi, saggi, articoli e altri materiali di ricerca.[124]
Nel secondo Novecento l'utopismo è diventato anche un campo di studio accademico organizzato.[125] Alla sua continuità hanno contribuito la rivista Utopian Studies, la Society for Utopian Studies e la Utopian Studies Society / Europe, in un'area di ricerca che attraversa letteratura, filosofia politica, storia, sociologia e studi culturali.[126][127][128]
Note
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Bibliografia
[modifica | modifica wikitesto]Testi originali citati
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Filmografia
[modifica | modifica wikitesto]- Metropolis, regia di Fritz Lang (1927)
- La vita futura (Things to Come), regia di William Cameron Menzies (1936)
Televisione
[modifica | modifica wikitesto]- Star Trek, ideata da Gene Roddenberry (1966-1969)
Fonti critiche
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Approfondimenti
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- (EN) Karl Popper, La società aperta e i suoi nemici, traduzione di Renato Pavetto, Roma, Armando, 1973 [1945].
Voci correlate
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Collegamenti esterni
[modifica | modifica wikitesto]- Delio Cantimori, UTOPIA, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1937.
- utopia, in Dizionario di storia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2010.
- utopia, in Dizionario di filosofia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2009.
- (EN) utopia, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc.
- (EN) Utopia, su The Encyclopedia of Science Fiction.
- (EN) Utopia, in Catholic Encyclopedia, Robert Appleton Company.
- (EN) Utopia, su The Visual Novel Database.
- (EN) The Society for Utopian Studies, su utopian-studies.org, Society for Utopian Studies. URL consultato il 3 maggio 2026.
- (EN) Utopian Studies Society / Europe, su utopianstudieseurope.org, Utopian Studies Society / Europe. URL consultato il 3 maggio 2026.
- (EN) Utopian Studies, su psupress.org, Penn State University Press. URL consultato il 3 maggio 2026.
| Controllo di autorità | Thesaurus BNCF 7525 · LCCN (EN) sh85141635 · GND (DE) 4041251-9 · BNF (FR) cb119337395 (data) · J9U (EN, HE) 987007531712405171 · NDL (EN, JA) 00574531 |
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